Digitalizzazione e mondo del lavoro

Formazione per il lavoro 

di Mauro Dell'Ambrogio, Opinione Liberale 18 novembre 2016

La digitalizzazione sta rapidamente e profondamente cambiando il mondo del lavoro. La formazione dovrà rispondere con prontezza alle nuove esigenze. Un approfondimento su queste tendenze è essenziale per comprendere alcune delle maggiori trasformazioni che influenzeranno lo sviluppo economico nei prossimi decenni. Uno sguardo internazionale, federale e cantonale, corredato da un dibattito tra i giovani protagonisti del Ticino del futuro, animerà la terza «Giornata dell’economia» in programma venerdì 25 novembre, di cui sarà ospite anche Mauro Dell’Ambrogio.

60’000 imprese in Svizzera formano apprendisti. Dei 94’500 posti offerti quest’anno, 84’500 sono stati occupati e 10’000 rimasti vacanti. Più aleatori da censire, circa 13’000 giovani non hanno trovato un apprendistato. Posti restano liberi nelle professioni industriali e artigianali. In quelle impiegatizie sono piuttosto i giovani a cercare e non trovare. Domanda e offerta non combaciano un po’ anche per requisiti eccessivi da parte di datori di lavoro o scarsa mobilità geografica dei giovani. Prolungamenti scolastici pre-tirocinio, creati dai Cantoni per lasciare nessuno in strada, hanno generato posti per insegnanti. Si sospetta che la salvaguardia di questi posti limiti gli sforzi per orientare e collocare subito: tipico effetto perverso di quando lo Stato fa cose utili, ma poi le conserva anche se cambia la realtà. Tutto sommato però il mercato dell’apprendistato in Svizzera funziona e alimenta un eccellente sistema per l’integrazione e contro la disoccupazione.

In Ticino sono 2’600 le imprese che formano apprendisti, 3’100 i posti offerti e 2’050 i nuovi apprendisti assunti quest’anno. In rapporto alla popolazione (4.4%) l’offerta è debole (3.3%) e debolissima la domanda (2.4%). Da record nazionale è invece la frequenza di scuole medie superiori o professionali a tempo pieno. A fare la differenza è più l’atteggiamento delle famiglie che la cattiva volontà delle imprese. Uno studio recente dimostra che in Svizzera, fino a due generazioni dopo l’acquisto della cittadinanza, le famiglie originarie da paesi dove l’apprendistato ha poco prestigio e non offre possibilità di carriera sono restie a sceglierlo per i figli. Si importa così una cultura che contribuisce altrove alla catastrofica disoccupazione giovanile. Il percorso liceo-università, se frequentato con risultati mediocri, non garantisce più un impiego. Peggio ancora se lo si affronta senza concluderlo. Il tirocinio apre ora le porte a formazioni d’elevata specializzazione, anche universitarie. Le scuole professionali a tempo pieno rispondono in genere meno bene dell’apprendistato all’evoluzione qualitativa e quantitativa delle professioni, e non offrono competenze chiave di preparazione al lavoro. Se i posti per apprendisti di commercio diminuiscono, è indice di minori prospettive di lavoro futuro in questo settore. Scuole commerciali a tempo aggirano ma non risolvono il problema. A quindici anni è più facile adattarsi, orientarsi magari verso l’informatica o l’albergheria, che doverlo fare poi da adulto.

Questa situazione va considerata nella discussione attuale in Ticino intorno al mercato del lavoro. Tutti additano la formazione come un fattore importante. Taluni datori di lavoro sollevano, talvolta come pretesto e talvolta con ragione, il problema della qualifica dei residenti (i Nostri). Più che del titolo di studio, si tratta spesso della produttività. Bisognerebbe chiedere loro se offrono apprendistati, e quali. Ma l’impegno delle aziende non giova, se le famiglie disdegnano l’apprendistato; né considerano – ove mancasse l’offerta locale – quella disponibile Oltralpe. La padronanza di lingue e ambienti diversi rende competitivi, particolarmente nei servizi. Se ci si limita a contrastare la concorrenza di frontalieri e stranieri, senza guardare a difetti di qualifica sostanziale e flessibilità dei lavoratori residenti, è probabile che con gli indesiderati sparisca anche il lavoro. E con esso anche il lavoro di altri che si credono al riparo. Per pagare stipendi molto più elevati che altrove, anche la produttività ha da essere maggiore. Ciò è possibile solo con sforzi individuali d’adattamento e prestazione: già nella formazione, la cui impostazione strutturale aiuta, ma da sola miracoli non ne fa. L’apprendistato è più duro della scuola frequentata malamente o per ripiego. Ma la comodità può costare cara: più dell’apertura, che almeno è offerta per reciprocità ai nostri tanti giovani che fanno carriera altrove.